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Dopo aver partecipato alla splendida manifestazione di sabato 25 novembre a Roma, lanciata dal movimento Non Una Di Meno, domenica eravamo presenti all’assemblea nazionale. Abbiamo un Piano Femminista Antiviolenza, uno splendido Piano particolarmente avanzato per ciò che riguarda l’analisi e la proposta politica.

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Con la vittoria di Andrej Babis alle elezioni ceche (milionario e islamofobo; proprietario di un gruppo editoriale, di aziende e reti televisive; indagato per frode), i quattro paesi di Visegrád (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria) sono ora allineati ufficialmente in un asse nazional-populista che guarda sorridente all’estrema destra anti-Ue. Il partito di Babis, l’Ano (Azione dei Cittadini Insoddisfatti, in italiano), è essenzialmente anti-establishment e fortemente avverso a Bruxelles per quanto riguarda la questione dei migranti.

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Rieccoci finalmente a riaprire la stagione delle feste in giardino, dove combattere la calura riminese estiva…dopo mesi di lavori e di fatiche SI FESTEGGIA la RIAPERTURA del GIARDINO AUTOGESTITO “Roberto FREAK Antoni”!
Quando? DOMENICA 11 GIUGNO dalle 16!

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referendum turco

 

Il referendum turco divide la società e i partiti

 

Intervista al giornalista e videomaker Murat Cinar
in vista della consultazione referendaria del 16 aprile.

 

Il prossimo sedici aprile, il popolo turco sarà chiamato a confermare con un “Evet” (Sì), o a respingere con un “Hayır” (No) la riforma costituzionale recentemente approvata dal Parlamento e fortemente voluta dal Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan.

La riforma, che emenderebbe 18 articoli della costituzione, mira a modificare la forma di governo in chiave presidenzialista, riducendo il potere della Grande Assemblea Nazionale (il Parlamento turco) e rafforzando enormemente la figura del Presidente della Repubblica.

I principali cambiamenti riguardano la composizione del Parlamento, il ruolo del Presidente ella Repubblica e i suoi poteri e l’apparato giudiziario. È previsto, infatti, un aumento dei seggi nella Grande Assemblea Nazionale da 550 a 600, la cui elezione avverrebbe ogni 5 anni in concomitanza con le elezioni presidenziali. Decade la figura del Capo del Governo, che coinciderebbe con il Presidente della Repubblica, non più obbligato a interrompere la sua appartenenza ad un partito politico. Inoltre, questo acquisisce il potere di nomina e rimozione di ministri e vicepresidente, oltre alla possibilità di emettere decreti esecutivi.

Per quanto riguarda il potere giudiziario, la riforma riduce il numero dei giudici della Corte costituzionale da 17 a 15 (dei quali 12 nominati dal Parlamento e 3 dal Presidente), rendendo, inoltre, il controllo presidenziale sia sulla Corte che sul Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri, ancora più stringente.

Murat Cinar è un giornalista e video-maker turco, ma residente in Italia da 16 anni, collaboratore dell’agenzia internazionale “Pressenza” e autore del libro “Una guida per comprendere la storia contemporanea della Turchia” (edizioni Simple, 2016). Lo abbiamo raggiunto al telefono mentre percorreva in bicicletta le vie di Torino per porgli qualche domanda sull’imminente consultazione referendaria.

Mancano meno di due settimane al sedici aprile e dagli ultimi sondaggi sembra che il “No” sia in leggero vantaggio. Qual è la tua percezione a riguardo?

Dipende da quali sondaggi usi come riferimento: molti di questi sondaggi sono prodotti da aziende vicine al governo, l’hanno fatto anche prima delle elezioni nazionali del sette giugno e del primo novembre 2015. Nonostante questo, la mia percezione è che per il momento siamo fifty-fifty. Questo, però, potrebbe cambiare se quella fetta del 10-15% di elettori indecisi prendessero una posizione chiara, oppure andassero semplicemente a votare. Poi, vedremo se ci sarà un colpo di scena all’ultimo momento

Si è parlato molto delle prospettive per il paese in caso di vittoria del “Sì”, si sono analizzati meno i possibili sviluppi che potrebbero seguire una vittoria del “No”. Cosa comporterebbe un esito negativo del referendum per Erdoğan?

Pochi giorni fa, un giornalista ha chiesto al Presidente della Repubblica se pensasse a delle dimissioni in caso di sconfitta. Questa è una domanda che non era mai stata posta fino ad allora. Lui ha risposto dicendo che in ogni caso avrebbe mantenuto la sua carica fino al 2019. Molto probabilmente non si dimetterà, se poi una vittoria del “No” porterà ad un rimpasto di governo o alle dimissioni dell’esecutivo, questo è un altro discorso. Questo è un referendum che si concentra molto sul ruolo del Presidente della Repubblica che, secondo la costituzione turca, è una figura apartitica. Erdoğan ha impostato tutta la campagna referendaria attorno alla sua persona, configurandola come una sua sfida personale. Inoltre, essendo anche il leader dell’AKP, questa è una sfida anche per il suo partito. Erdoğan ha sempre affermato che nel suo cuore c’è solo un partito; con questo cambiamento costituzionale il Presidente della Repubblica sarebbe formalmente legato ad un partito. Per questo motivo il referendum è anche la sfida del partito al governo e, seppur indirettamente, del governo stesso.

Non bisogna dimenticarci poi che siamo davanti a una realtà politica-partitica che non ha quasi mai perso le elezioni in 15 anni. L’unica volta che ha perso, il sette giugno (elezioni del 2015 che hanno visto l’AKP perdere la maggioranza assoluta, costringendo ad indire nuove elezioni per il novembre dello stesso anno, e l’ingresso del partito filo-curdo HDP in parlamento, ndr), abbiamo visto come è diventato il paese. Quello che è successo nel paese è avvenuto anche all’interno dell’AKP: sono state fatte minacce e ritorsioni sia nei confronti dei piccoli iscritti che dei ministri. Una seconda sconfitta potrebbe teoricamente portare alla sfasciatura dell’AKP. Oltretutto, con il tentativo di colpo di stato del quindici luglio, c’è stata una pulizia enorme nei confronti dei seguaci di Fethullah Gülen all’intero di tutti gli apparati statali. All’interno del partito del Presidente, invece, non c’è stata nessuna epurazione, nonostante sia risaputo che vi militano molti di gulenisti. Soltanto un parlamentare dell’AKP, l’ex calciatore del Toro Hakan Şükür, raggiunto da un ordine di arresto, è dovuto scappare in America. Una sconfitta referendaria potrebbe portare il partito allo sfascio, oppure potrebbe costringerlo ad un rinnovamento. L’ultima possibilità, e anche di questo non mi stupirei, è che potrebbero comportarsi come se non fosse successo niente. Attualmente stiamo vivendo sotto lo stato di emergenza e, sebbene sulla carta non sia così, in pratica il paese è amministrato dal Presidente della Repubblica. Erdoğan potrebbe quindi decidere di estendere ad oltranza lo stato di emergenza e continuare a governare a forza di decreti presidenziali. Questo fino a che la Corte Costituzionale non tira fuori i muscoli e decide di fare qualcosa. Purtroppo, abbiamo visto che, a seguito delle maxi-inchieste del 2014, tanti giudici e pubblici ministeri che hanno tentato di opporsi al Presidente sono stati esiliati, zittiti o incarcerati.

Quindi questo referendum ha creato non solo divisioni all’interno della società turca ma anche all’interno dell’AKP.

Assolutamente. Se non apertamente tra i parlamentari, sicuramente tra i giornalisti. Anche tra i giornalisti più vicini al governo ci sono molti dubbiosi, soprattutto sul fatto che questo non sia un referendum per democratizzare il paese, ma per cercare di concentrare il potere su un’unica persona. Testate filo-governative come “Hurriyet”, “Sabah”, “Yeni Safak” o “Yeni Akit” sembrano voler avvertire i loro leader: “State esagerando”.

Dall’altra parte di sicuro c’è dentro al partito un opposizione invisibile. Ora c’è una crociata prima di tutto nei confronti di Gülen, e una, più in generale, nei confronti di tutti gli oppositori del Presidente della Repubblica. Quindi, fare parte della minoranza interna all’AKP è la peggior posizione possibile. Non ti lasciano vivo. Non c’è poi solo l’opposizione gulenista, ci sono anche persone che hanno fortemente creduto nel progetto dell’AKP e ora si sentono deluse; altre che sono entrate all’interno del partito per puro opportunismo e ora si sentono sotto pressione a causa della svolta ultranazionalista e vorrebbero quindi ritornare a toni più pacati. Questa svolta patriottica è evidente se si considera l’appoggio che il governo ha ricevuto dall’MHP, il partito nazionalista di estrema destra.

A questo proposito, l’MHP sembra aver avuto un percorso politico piuttosto schizofrenico, da strenui oppositori di Erdoğan durante la campagna presidenziale del 2014 a promotori del “Sì”, mentre il loro elettorato sembra non essere unanimemente concorde nel sostegno da Erdoğan. A cosa è dovuto questo cambio di rotta?

Dopo questo referendum non ci sarà più un partito come l’MHP. Questo è il suicidio dell’MHP. Non è chiaro perché un uomo così fissato con il ruolo che aveva il suo partito come Devlet Bahçeli (leader del Milliyetçi Hareket Partisi dal 1997, ndr) abbia deciso di suicidarsi così. Le possibilità sono tre: o ha fatto un accordo molto conveniente con Erdoğan, o è stato obbligato a scendere a compromessi con l’AKP. La terza opzione è che il suo nazionalismo sia aumentato esponenzialmente e che quindi questa sia una posizione per salvaguardare lo stato in un momento particolarmente difficile a causa delle minacce interne ed esterne. Un’alleanza tra nazionalisti e un partito conservatore o di centro-destra, non è di certo una novità né per la Turchia né a livello internazionale.

In Turchia il dibattito politico è sempre molto acceso e le posizioni dei partiti sono polarizzate, così come il loro elettorato. In una recente intervista Kılıçdaroğlu, leader del partito kemalista CHP, ha messo in guardia l’elettorato rispetto al fatto che, in caso di vittoria del “Sì” al referendum, tre milioni di siriani acquisirebbero la cittadinanza turca. Per quale motivo il leader di un partito che dovrebbe essere di centro-sinistra ed erede della tradizione repubblicana, fa’ questo tipo di dichiarazioni xenofobe?

Kılıçdaroğlu è un altro motivo per il quale Erdoğan vince in continuazione. Che cosa vuol dire questa uscita? Con quali prove fai certe affermazioni? Sta cercando di giocarsi la carta dei turchi bianchi (li membri della classe media urbana, ndr), terrorizzati dalla presenza dell’immigrato. Non teme di sfruttare la paura di alcune categorie nei confronti degli immigrati pur di ottenere il risultato. Oltretutto, secondo la legge internazionale, se questi immigrati hanno diritto alla cittadinanza, questa non gli può essere negata, indipendentemente dal loro numero o dal fatto che queste persone possano rappresentare un bacino elettorale per l’AKP. Inoltre, questo atteggiamento colpisce quel senso di carità e fraternità che c’è in una parte della società turca, quella parte di società che vede i siriani come nostri vicini musulmani reduci da una guerra. Kılıçdaroğlu dovrebbe rendersi conto che, sebbene in molti si comportino malissimo nei confronti dei siriani, molti altri li sentono molto vicini a loro e per loro non sarebbe un problema se questi ottenessero la cittadinanza. Non siamo molto lontani da discorsi tipo: “Vi ruberanno il lavoro, le donne, la casa”. I soliti discorsi fascistoidi che sentiamo in Italia. Se Erdoğan vincerà questo referendum, sarà anche causa della incompetenza di Kılıçdaroğlu: un kemalista alevita (una branca dell’Islam che conta 10 milioni di seguaci in Turchia, ndr) che non riconosce il genocidio degli aleviti. Pochi giorni fa Erdoğan ha fatto un intervista alla CNN turca sottolineando come lui da tempo abbia chiesto scusa a questa minoranza per il genocidio subito, al contrario del leader dell’opposizione. Come dargli torto? Da ciò si capisce che, ci piaccia o no, Erdoğan è un progetto politico ed economico eccellente, che funziona ottimamente in questo territorio, in questa realtà storica. Kılıçdaroğlu è un progetto fallito, neanche social-democratico. La Turchia avrebbe estremo bisogno di un partito centrista decente perché, dato che non c’è un partito di centro decente, tutto il dibattito si spinge verso la destra estrema. Con un partito del genere, i partiti più radicali si sentirebbero obbligati a cambiare parola d’ordine, a rimettersi in gioco.

Andrea Maioli

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Che cosa succede in Turchia?

Che cosa succede in Turchia?


Posted on Mar 11, 2017

Turchia

 

“Che cosa succede in Turchia?”

di Alessandro Rinaldini

 

L’affermazione del AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), che ha saputo trasformare il panorama politico della Turchia moderna imponendosi come forza di chiara ispirazione islamica, in seguito alla sua prima vittoria nel 2002 se per certi aspetti può aver garantito una stabilità di governo precedentemente sconosciuta al paese, non ha saputo trasmettere segnali positivi per quello che dovrebbe essere la definitiva democratizzazione e uscita del paese dall’ibrido di poteri statali e militari.

Negli ultimi quindici anni la Turchia ha mantenuto una buona crescita economica, rispondendo alla crisi che aveva percorso il paese nei primi anni duemila e avviando una serie di pratiche neoliberiste in grado di attirare capitali dall’estero per ridurre il deficit; la situazione interna rimane comunque complicata. Nel campo dei diritti civili invece la cosiddetta “rivoluzione silenziosa” di cui l’AKP si è tanto vantato, ovvero l’insieme di riforme che avrebbero spostato la Turchia verso una soglia più alta di democrazia, avvicinandola agli alleati europei per quanto riguarda istruzione, sistema giudiziario, diritti di genere, libertà di espressione e ovviamente nella diminuzione dell’ingerenza militare, ha lasciato spazio a una progressiva svolta autoritaria da parte di chi governa il paese. Questi cambiamenti hanno posto di nuovo in evidenza la questione di una revisione dell’assetto repubblicano turco.

Negli ultimi mesi i diritti umani sono stati progressivamente messi da parte man mano che altri tre aspetti hanno riconquistato l’attenzione del governo: la guerra in Siria e Iraq unitamente alla minaccia del Califfato Islamico, la questione kurda, e il fallito tentativo di colpo di stato attuato il 15 luglio del 2016 da parte dell’organizzazione guidata da Fethullah Gulen.

Il minimo comune denominatore in questo caso è la figura dell’esercito, elemento che dalla fondazione dello stato turco negli anni venti come dopo l’apertura al multipartitismo nel 1946 ha sempre vigilato sulle mosse dei vari esecutivi succedutisi alla guida del paese, intervenendo con colpi di stato (1960, 1971, 1980, 1997) quando lo ha ritenuto necessario. L’appoggio popolare di cui gode l’attuale esecutivo sembra essere la vera arma in più contro una classe da sempre abituata a sorvegliare la politica e l’economia del paese.

Erdoğan vuole costruire un potere nuovo e autonomo, bisogna quindi osservare con molta attenzione la proposta di modifica della costituzione votata e approvata il 21 gennaio 2017. L’ultima costituzione turca che il parlamento ha approvato è quella del 1980 poi più volte emendata. Il nuovo documento se passasse il referendum confermativo in programma il prossimo 16 Aprile renderebbe la figura del Presidente della Repubblica un’autorità incontrastata e darebbe la possibilità a Erdoğan di rimanere sulla breccia per un altro quindicennio.

Questi problemi hanno avuto un peso incredibile sulla politica interna considerando la doppia natura dello scontro kurdo, da una parte i gruppi armati resistenti che quotidianamente combattono schiacciati tra i massacri turchi e la forza d’urto delle truppe del Califfato, dall’altra il Partito democratico dei Popoli (HDP) fondato nel 2012 che si pone come concentratore delle forze progressiste e anticapitaliste del paese, kurde e non. La posizione di Erdoğan che non ha certo preso bene l’affermarsi di una realtà autonoma curda nel nord Iraq in seguito alla destituzione di Saddam Hussein da parte delle truppe statunitensi. Nonostante ciò si era giunti a un compromesso per il cessate il fuoco tra esercito turco e ribelli del PKK (Partito Comunista Kurdo). Ma negli ultimi tempi la tensione nella zona ha portato al riacutizzarsi degli scontri, quindi delle ritorsioni turche sulla popolazione civile kurda. Intanto nelle elezioni del giugno 2015 per la prima volta il HPD è entrato in parlamento dietro a AKP, CHP (Partito Popolare Repubblicano) e la destra del MHP (Partito del Movimento Nazionalista), ripetendosi in novembre nella nuova consultazione indetta per il mancato raggiungimento della maggioranza da parte del AKP.

Erdoğan ha approfittato del fallito colpo di stato del 2016 per avvicinarsi ai suoi obbiettivi di rafforzamento dello stato autoritario a discapito dell’apparato militare (e di ogni suo oppositore). Il rafforzamento della figura del Presidente della Repubblica unito alla popolarità della figura di Erdoğan che può contare su una base che alle ultime elezioni ha saputo racimolare quasi la metà dei voti fa immaginare lo spostamento da uno stato dove il potere è affiancato da quello militare a un potere che si appoggia esclusivamente alla polizia e ai servizi segreti unitamente a una classe di imprenditori depurata da elementi troppo ambiziosi. Gli arresti in massa di giudici, accademici e oppositori politici (compresi i leader del HDP) accusati di essere sostenitori dei golpisti ne sono la prova più lampante.

In quest’ottica di accentramento del potere le richieste dei kurdi che devono passare per forza in un ottica di ridistribuzione del potere centrale non permette di vedere una possibile soluzione in tempi brevi del conflitto.

Se consideriamo l’appoggio della comunità internazionale (nonostante i continui screzi con molti membri della comunità europea) e degli Stati Uniti in particolare al paese non vediamo elementi che possano nell’immediata situazione di crisi convincere il presidente turco a rallentare il suo progetto politico.

La falsità del nuovo centralismo autoritario di Erdogan che vorrebbe essere islamico e secolarista, conservatore e moderno, nazionalista ma rispettoso delle pluralità, non tiene in considerazione le richieste esterne e non riesce a nascondere le mire autoritarie dei nuovi protagonisti della politica turca.

Diversamente bisognerà vedere come la forza di chi si oppone a ciò riuscirà a imprimere una impronta particolare sulle quotidiane lotte per i diritti civili in un paese dove chi combatte per i diritti civili è tacciato o peggio accusato formalmente di terrorismo.

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