No Expo: a una settimana dal Mayday

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A una settimana dagli scontri avvenuti durante la Mayday a Milano, ci sentiamo di proporre alcune riflessioni su quanto accaduto.

Alla fine ha vinto Expo!

Per le strade di Milano un gruppo di perdigiorno col rolex al polso ha fatto di tutto per rovinare la festa multicolore di Expo. La manifestazione, che incarna il punto più alto mai raggiunto dalla civiltà umana, rappresenta la grande occasione per far ripartire l’Italia. I valori su cui si fonda sono semplici e di grande chiarezza.

Innanzitutto l’amicizia tra i popoli, oggi più che mai le popolazioni del globo vivono in armonia tra loro e la pace regna sovrana. Per la verità alcuni guastatori ancora resistono. In un non ben definito terreno al confine tra Turchia, Iran, Iraq e Siria (che gli autoctoni chiamano Kurdistan) la popolazione locale si oppone al cambiamento rievocando vecchi slogan ormai obsoleti che rivendicano il diritto di poter parlare nella propria lingua o trasmettere la propria cultura e tradizioni. Nello stato di Israele alcuni attivisti continuano nei loro tentativi di creare scompiglio e minacciare la sicurezza dei cittadini. Per rispondere a tutto ciò il premier Netanyau ha recentemente lanciato il nuovo ashtag #nessunotocchirefah invitando l’esercito a ripulire la città dalle macerie lasciate lì dagli anarchici palestinesi (che pretendevano addirittura di abitarci dentro).

Il secondo valore fondante è anche il tema della manifestazione, nutrire il pianeta. Non parole ma fatti, uno studio della Coldiretti ha stimato che nell’arco dei sei mesi verranno consumati circa 26 milioni di pasti, esiste forse un modo migliore per sconfiggere la fame nel mondo? Qualcuno molto più famoso di me (ma meno dei Beatles) una volta ha detto che non di solo pane vive l’uomo. Per nutrire il pianeta bisogna anche bere! E cosa c’è di meglio di una Coca Cola?! Ancora una volta la demagogia dei detrattori è stata finalmente messa a nudo. La Coca Cola infatti non è quel mostro orrendo interessato solo al profitto che dipingevano i no global ma un grande benefattore che ha a cuore il benessere della popolazione. Se così non fosse perché sponsorizzerebbe una manifestazione come Expo? Perché avrebbe fatto costruire un padiglione di quelle dimensioni all’interno della fiera della bontà?

Il terzo valore è quello del volontariato. Mentre i soliti dissidenti opportunisti vorrebbero lucrare sull’evento facendosi retribuire un esercito di volenterosi ha mostrato al mondo il grande cuore che contraddistingue gli abitanti del bel paese. Alla chiamata infatti hanno risposto ben 15 mila persone che hanno accettato di prestare servizio in maniera gratuita per contribuire alla riuscita del grande evento. In cambio del loro gesto avranno un tablet (perché è importante stare al passo coi tempi) e l’immensa gratitudine degli spettatori paganti (sono più di 10 milioni i biglietti venduti sino ad oggi).

Di fronte a tutto questo qualcuno ha deciso di rispondere con la violenza. Invece di perdere tempo a cercare di capire il perché delle proteste, di sprecare ore e ore di discussioni nei talk show sui blog e nei social network per interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto alcuni manifestanti ad agire in questo modo sarebbe stato meglio essere un po’ più sbrigativi ed andare subito al sodo. L’hanno fatto perché sono cattivi! Perché godono nel distruggere ciò che è bello! Per cui finiamola di interrogarci e glorifichiamo a gran voce il grande evento! L’illusione della complessità è un retaggio del passato, è la semplicità la chiave per il futuro! Expo ha vinto e le frecce tricolore sono la ciliegina sulla sua torta di benvenuto. Chiunque la pensi diversamente la prossima volta è pregato di stare zitto.

Filippo

La protesta perfetta

Nella società dello spettacolo fondata sullo scambio di merci la protesta dei Black Bloc è la protesta perfetta.

La protesta perfetta a favore di telecamera, scene che vanno in video, filmate da vari punti di vista, così particolareggiate da poter dare l’impressione agli attivisti da desktop, ai giornalisti e a qualsiasi persona di poter commentare e dar fiato alle trombe della retorica. Nella società-vetrina, l’unico modo di scombinare le carte, di far saltar sul divano, di catturare l’attenzione, è rompere la vetrina.

Nella società bipolare e intrinsecamente bigotta e ipocrita, la protesta dei Black Bloc mette in luce il pensiero divergente di gran parte dei cittadini italiani. Quelli che si scagliano contro le banche e l’entità astratta “Europa”, poi quando qualcuno attacca fisicamente le banche, invocano l’ordine e la disciplina. Vanno bene le operazioni con i derivati, l’immissione sul mercato di titoli tossici, il giocare a creare e spegnere crisi finanziarie, ma guai imbrattare i muri. Quelli che danno dei saccheggiatori a chi rompe una vetrina che verrà sostituita il giorno dopo, mentre evadono, sfruttano, sottopagano, assumono in nero e umiliano lavoratori, giorno dopo giorno.

Nel paese in cui i maggiori sindacati spendono fior fior di milioni per far suonare in piazza la retorica in tutte le sue declinazioni, è quasi liberatorio sentire dall’altra parte il suono delle sirene e degli allarmi.

Non c’è dubbio che la guerriglia urbana riceverà sempre un’ampia attenzione dai media. C’è solo il problema della riconoscibilità. Io avrei stima dei BB se si togliessero il cappuccio e sbattessero anche lo loro facce in video, rivendicassero tutto quanto. Invece si tolgono il costume di scena e si confondono nel corteo dei movimenti, usandolo come scudo umano.

Come batteri parassiti si installano in un organismo (quasi) sano scatenando una patologia. La patologia è quella di scoraggiare la partecipazione alle manifestazioni di piazza. Chi ha voglia di unirsi ad un corteo che verrà manipolato a scopi mediatici totalmente opposti agli obiettivi che si era prefissato? Pochi, sempre meno. Ora è necessario mettere un punto, arrivare a una cesura netta, o noi o loro. Perché altrimenti alla fine rimarranno solo loro con la loro regia e il camerino da rockstar della protesta.

Rachele

Uno sguardo da Berlino

Quella del 1° maggio è una manifestazione molto sentita a Berlino. Oltre che per i festeggiamenti, con l’intera Kreuzberg trasformata in un immenso open air con cibo etnico ad ogni angolo e palcoscenici con musica di ogni tipo, la festa dei lavoratori è famosa soprattutto per la violenza della sua ‘demo’, il corteo di protesta che attraversa il quartiere, da sempre teatro di scontri fra i manifestanti e la polizia. Ma non quest’anno, dato che stranamente non si è registrato nessun tafferuglio.

“Erano tutti a Milano i violenti” commenta sarcastico qualcuno sui social network, il giorno dopo. E allora me li immagino in fila al check-in dell’aeroporto, i ‘black bloc’ tedeschi, in attesa che un volo easy-jet li conduca al cuore della protesta. Ieri a Francoforte contro la BCE, oggi a Milano per il NoExpo, domani in qualche altra città in cui si riuniscono i potenti. Se è vero che questa Europa è un fallimento dal punto di vista politico ed economico, è altrettanto evidente il suo successo in termini di fluidità: di merci, ma anche di persone (se si è in possesso dei documenti che attestano la propria cittadinanza europea), di identità, generi, fluidità linguistiche, culturali, affettive… un’idea di Europa che si è formata grazie ai programmi Erasmus e ai voli low cost. Aerei che annullano le distanze e i confini anche tra gli attivisti di diverse nazionalità.

Qualcuno ci vedrebbe l’ennesima contraddizione e incoerenza, come quella di “protestare contro Expo con un megafono presentato all’Expo nel 1878 da Thomas Edison”, appagando così, con l’adesione a un evento facebook dal titolo sensazionalistico, il bisogno di sentirsi superiore a tutto, trovando una giustificazione alla propria inettitudine. Sono quelli che raramente prendono una posizione, restando così sempre dalla parte del potere, almeno finché non subiscono un’ingiustizia sulla propria pelle. Quelli che non hanno mai sentito un brivido correre lungo la schiena durante un’assemblea, quelli che le manifestazioni le snobbavano già ai tempi del liceo, quella parte della società borghese e benpensante che si lamenta tutto il giorno senza avere il coraggio anche solo di immaginarlo un presente diverso.

E allora eccoli, oggi, finalmente indignati scendono in strada a ripulire i muri imbrattati e a riparare le vetrine delle proprie prigioni. Oggi è facile riconoscere il nemico: ha sfilato nelle nostre strade, ha incendiato le nostre macchine. Se potessimo afferrarlo e levargli il casco, sarebbe semplice identificarlo: sotto la maschera però, a guardarci bene… sorpresa! Non vedremmo altro che un riflesso di noi stessi. Nel ragazzo di borgata che afferra il sanpietrino e lo lancia contro la vetrina della banca, c’è la nostra stessa rabbia, quella della nostra famiglia e del nostro vicino di casa. La stessa rabbia repressa, la stessa esasperazione di chi è disoccupato da mesi, di chi sarà precario a vita, di chi è costretto a fare un lavoro di merda, di chi è pieno di debiti, di chi rischia lo sfratto, di chi è malato e non può accedere alle cure, di chi non riesce più ad arrivare a fine mese. Di chi si rifiuta di avere un ruolo in questa società, di chi invece credeva di avere trovato il suo ma poi qualcuno con una raccomandazione gli ha rubato il posto. Di chi proprio non ce la fa a leccare il culo al padrone, credendo ancora nelle parole ‘dignità’ e ‘meritocrazia’.

Quella stessa rabbia che con il tempo abbiamo imparato ad incanalare verso forme di progettualità politica, intrecciando percorsi, relazioni, producendo nuove forme di socialità, nuove modalità di attraversare e interpretare la realtà che ci circonda. Le manifestazioni di piazza sono solo una minima parte di tutto quel lavoro fatto con le persone, sui territori, nelle assemblee, nei comitati, in rete con le altre esperienze. Le manifestazioni sono solo la parte visibile di percorsi che di certo non si esauriscono con uno slogan urlato al megafono o rompendo la vetrina di una banca.

Ognuno le attraversa a suo modo, con simboli e modalità differenti: anche portando in processione delle vagine giganti, come ha fatto la rete NoExpo Pride, ad esempio. Ripartire da qui, dalla sperimentazione di nuove pratiche con cui sublimare la nostra rabbia e la nostra critica al presente, il nostro dissenso, in maniera creativa, comunicativa, autoironica, perché sia davvero dirompente.

Simona

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