Che cosa succede in Turchia?

Turchia

 

“Che cosa succede in Turchia?”

di Alessandro Rinaldini

 

L’affermazione del AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), che ha saputo trasformare il panorama politico della Turchia moderna imponendosi come forza di chiara ispirazione islamica, in seguito alla sua prima vittoria nel 2002 se per certi aspetti può aver garantito una stabilità di governo precedentemente sconosciuta al paese, non ha saputo trasmettere segnali positivi per quello che dovrebbe essere la definitiva democratizzazione e uscita del paese dall’ibrido di poteri statali e militari.

Negli ultimi quindici anni la Turchia ha mantenuto una buona crescita economica, rispondendo alla crisi che aveva percorso il paese nei primi anni duemila e avviando una serie di pratiche neoliberiste in grado di attirare capitali dall’estero per ridurre il deficit; la situazione interna rimane comunque complicata. Nel campo dei diritti civili invece la cosiddetta “rivoluzione silenziosa” di cui l’AKP si è tanto vantato, ovvero l’insieme di riforme che avrebbero spostato la Turchia verso una soglia più alta di democrazia, avvicinandola agli alleati europei per quanto riguarda istruzione, sistema giudiziario, diritti di genere, libertà di espressione e ovviamente nella diminuzione dell’ingerenza militare, ha lasciato spazio a una progressiva svolta autoritaria da parte di chi governa il paese. Questi cambiamenti hanno posto di nuovo in evidenza la questione di una revisione dell’assetto repubblicano turco.

Negli ultimi mesi i diritti umani sono stati progressivamente messi da parte man mano che altri tre aspetti hanno riconquistato l’attenzione del governo: la guerra in Siria e Iraq unitamente alla minaccia del Califfato Islamico, la questione kurda, e il fallito tentativo di colpo di stato attuato il 15 luglio del 2016 da parte dell’organizzazione guidata da Fethullah Gulen.

Il minimo comune denominatore in questo caso è la figura dell’esercito, elemento che dalla fondazione dello stato turco negli anni venti come dopo l’apertura al multipartitismo nel 1946 ha sempre vigilato sulle mosse dei vari esecutivi succedutisi alla guida del paese, intervenendo con colpi di stato (1960, 1971, 1980, 1997) quando lo ha ritenuto necessario. L’appoggio popolare di cui gode l’attuale esecutivo sembra essere la vera arma in più contro una classe da sempre abituata a sorvegliare la politica e l’economia del paese.

Erdoğan vuole costruire un potere nuovo e autonomo, bisogna quindi osservare con molta attenzione la proposta di modifica della costituzione votata e approvata il 21 gennaio 2017. L’ultima costituzione turca che il parlamento ha approvato è quella del 1980 poi più volte emendata. Il nuovo documento se passasse il referendum confermativo in programma il prossimo 16 Aprile renderebbe la figura del Presidente della Repubblica un’autorità incontrastata e darebbe la possibilità a Erdoğan di rimanere sulla breccia per un altro quindicennio.

Questi problemi hanno avuto un peso incredibile sulla politica interna considerando la doppia natura dello scontro kurdo, da una parte i gruppi armati resistenti che quotidianamente combattono schiacciati tra i massacri turchi e la forza d’urto delle truppe del Califfato, dall’altra il Partito democratico dei Popoli (HDP) fondato nel 2012 che si pone come concentratore delle forze progressiste e anticapitaliste del paese, kurde e non. La posizione di Erdoğan che non ha certo preso bene l’affermarsi di una realtà autonoma curda nel nord Iraq in seguito alla destituzione di Saddam Hussein da parte delle truppe statunitensi. Nonostante ciò si era giunti a un compromesso per il cessate il fuoco tra esercito turco e ribelli del PKK (Partito Comunista Kurdo). Ma negli ultimi tempi la tensione nella zona ha portato al riacutizzarsi degli scontri, quindi delle ritorsioni turche sulla popolazione civile kurda. Intanto nelle elezioni del giugno 2015 per la prima volta il HPD è entrato in parlamento dietro a AKP, CHP (Partito Popolare Repubblicano) e la destra del MHP (Partito del Movimento Nazionalista), ripetendosi in novembre nella nuova consultazione indetta per il mancato raggiungimento della maggioranza da parte del AKP.

Erdoğan ha approfittato del fallito colpo di stato del 2016 per avvicinarsi ai suoi obbiettivi di rafforzamento dello stato autoritario a discapito dell’apparato militare (e di ogni suo oppositore). Il rafforzamento della figura del Presidente della Repubblica unito alla popolarità della figura di Erdoğan che può contare su una base che alle ultime elezioni ha saputo racimolare quasi la metà dei voti fa immaginare lo spostamento da uno stato dove il potere è affiancato da quello militare a un potere che si appoggia esclusivamente alla polizia e ai servizi segreti unitamente a una classe di imprenditori depurata da elementi troppo ambiziosi. Gli arresti in massa di giudici, accademici e oppositori politici (compresi i leader del HDP) accusati di essere sostenitori dei golpisti ne sono la prova più lampante.

In quest’ottica di accentramento del potere le richieste dei kurdi che devono passare per forza in un ottica di ridistribuzione del potere centrale non permette di vedere una possibile soluzione in tempi brevi del conflitto.

Se consideriamo l’appoggio della comunità internazionale (nonostante i continui screzi con molti membri della comunità europea) e degli Stati Uniti in particolare al paese non vediamo elementi che possano nell’immediata situazione di crisi convincere il presidente turco a rallentare il suo progetto politico.

La falsità del nuovo centralismo autoritario di Erdogan che vorrebbe essere islamico e secolarista, conservatore e moderno, nazionalista ma rispettoso delle pluralità, non tiene in considerazione le richieste esterne e non riesce a nascondere le mire autoritarie dei nuovi protagonisti della politica turca.

Diversamente bisognerà vedere come la forza di chi si oppone a ciò riuscirà a imprimere una impronta particolare sulle quotidiane lotte per i diritti civili in un paese dove chi combatte per i diritti civili è tacciato o peggio accusato formalmente di terrorismo.

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